Intervista a Paolo Mottura (parte 1)

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Intervista al disegnatore Paolo Mottura: 20 anni di carriera Disney, varie pubblicazioni francesi e l'ultimo Dylan Dog Color Fest

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Tra i disegnatori dell’ultimo Dylan Dog Color Fest c’è anche Paolo Mottura. Probabilmente il suo nome giungerà nuovo alle orecchie dei lettori del solo Dylan Dog e infatti questo speciale rappresenta il suo debutto in casa Bonelli.

Ma Mottura è tutt’altro che un novellino! È un bravissimo disegnatore umoristico, con vent’anni di carriera Disney alle spalle e diverse pubblicazioni in Francia.

L’abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua carriera e sapere se questa prova con l’indagatore dell’incubo sarà solo un esperimento oppure se…

L’intervista verrà pubblicata in due parti. La prima parte è questa, la seconda, dedicata a Dylan Dog, la trovate sul sito: www.dylandogofili.com

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La tua carriera fumettistica inizia verso la fine degli anni ‘80. Come sei diventato fumettista Disney e perché ti sei indirizzato verso il fumetto umoristico?

È una passione che ho da quando ho iniziato a leggere. Nella mia testa di bambino c’era già un chiodo fisso: da grande farò il disegnatore di Topolino! L’occasione mi si presentò nell’89 quando incontrai Giovan Battista Carpi, allora responsabile della nascente Accademia Disney, che mi mise subito alla prova chiedendomi di disegnare la mia prima storia.

Per formare il tuo stile quali sono stati i tuoi autori di riferimento?

Soprattutto Cavazzano, Uderzo e Breccia. Anche se negli anni li ho progressivamente abbandonati in favore di altri autori a me più congeniali a seconda del momento. Fra questi mi piace citare Miller, De Crécy, Guarnido, Boucq, Nine

Ormai sono più di vent’anni che lavori per casa Disney. Come è cambiata la Disney in questi vent’anni?

La Disney ha subìto parecchi cambiamenti nel corso di questi anni. Ai tempi del mio debutto l’azienda era in piena espansione e ogni anno era possibile lavorare a nuovi progetti editoriali; mi riferisco a PK, MM e molti altri. Questo favoriva il crearsi di un grande spirito di gruppo, o addirittura di grandi amicizie, soprattutto fra noi giovani. Oggi questo fermento si è un po’ perduto, ci abbiamo guadagnato in termini di rapporti con la redazione. Intendo dire che la redazione è più a misura d’uomo rispetto a com’era 20 anni fa. Oggi mi confronto con persone della mia età e il nostro rapporto è assolutamente “alla pari”. Quando ho cominciato avevo 20 anni e il direttore una sessantina, dovevo quasi fare l’inchino quando incrociavo uno dei pezzi grossi dell’azienda…

E il pubblico? I gusti dei bambini di oggi sono differenti da quelli dei bambini degli anni ‘90?

Riguardo ai cambiamenti dei lettori rispetto a 20 anni fa non penso di poter dare una risposta molto autorevole. Mi limito a una ovvia banalità: oggi dobbiamo rapportarci a dei ragazzi che passano il loro tempo davanti a un computer, chattando, giocando, navigando. Il fumetto è diventato sempre più marginale per queste nuove leve, così dobbiamo cercare di stare al loro passo, da un lato affrontando tematiche sempre attuali, dall’altro cercando di sfruttare al meglio le nuove piattaforme digitali nelle quali il fumetto può essere declinato.

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Nella tua lunga carriera disneyana hai sempre alternato Topolinia a Paperoli. Sono più difficili i paperi o i topi? Tu cosa preferisci disegnare?

Da giovane di solito ami i Paperi, poi invecchiando riscopri i Topi. È così che negli ultimi anni mi piace sempre di più disegnare Topolino, un personaggio più adulto e sfaccettato, oltre che una figura di grande eroe, generoso e coraggioso come pochi altri. Quale dei due è più difficile? Forse quello che si ama di meno.

Qual è il tuo personaggio preferito? E tra i personaggi minori?

Topolino. Macchia Nera.

In questi anni hai collaborato con molti sceneggiatori differenti da Tito Faraci a Carlo Panaro, fino ai compianti Bruno Concina e Rodolfo Cimino. Hai qualche aneddoto divertente da raccontare sulla genesi di qualche storia?

Non ho mai collaborato alla stesura di una sceneggiatura assieme a qualcuno dei miei colleghi se si escludono i numerosissimi progetti deliranti (mai pubblicati) fatti in coppia con Fabio Celoni. E su ognuno di questi ci sarebbe molto da raccontare ma forse è meglio aspettarne la pubblicazione. Riguardo ai miei colleghi più illustri con cui ho avuto l’onore di lavorare ricordo con affetto e nostalgia un intervento di Cimino durante il meeting Disney del ‘92. Ero entrato nella sala congressi con un certo ritardo quando i lavori erano già cominciati e cercai di non farmi notare troppo. A quel punto Cimino si alzò in piedi e fece un lungo discorso indirizzato a certi giovani che si prendono la licenza di modificare le dimensioni delle vignette all’interno delle tavole alterandone così la scansione narrativa. Avevo appena finito di disegnare una sua storia “a modo mio” e mi resi conto che il suo intervento era rivolto proprio a me. Ma nessuno all’interno della sala se ne accorse. Ebbene, da quel giorno non osai mai più modificare le indicazioni di uno sceneggiatore, se non davanti a un palese errore di impostazione, e mi resi conto di quanto ero stato superficiale nel disegnare certe storie prima di allora.

 

hante4 copy.jpg Negli ultimi anni alle storie Disney hai affiancato sempre più spesso progetti per la Francia. Avevi voglia di confrontarti con storie più adulte e stili differenti?

Il fumetto franco belga è sempre stata una mia grande passione. E quello francese è uno dei pochi mercati al mondo in cui si possa lavorare da “Autori” di fumetti. I primi anni in Francia sono stati i più belli di tutta la mia carriera di fumettista: mi piaceva il fatto di poter sperimentare nuovi stili grafici, la colorazione delle tavole, le numerose fiere nei luoghi più pittoreschi del paese, il premio Albert Uderzo e il fatto di trascorrere lunghi periodi in Francia, un paese che amo molto. 

planche  .11 .jpg La prima storia francese, se non vado errato, è Careme, pubblicata da Les Humanoïdes Associés in tre volumi. Di cosa si tratta? Come sei stato coinvolto nel progetto?

Avevo appena conosciuto l’editor degli Umanoidi Philippe Hauri a una fiera del fumetto e gli avevo lasciato un cd con i miei lavori. Mi contattò dopo un paio di settimane per chiedermi di fare una prova su una nuova serie ancora in cerca di disegnatore. Mandai un paio di tavole di prova e subito dopo mi chiamò lo sceneggiatore, entusiasta. Da quel giorno iniziò una lunga collaborazione fra me e Christophe Bec.

A Careme hanno fatto seguito DEUS per Soleil e Redemption per Dupuis. Ci puoi raccontare qualcosa di questi lavori?

Si tratta di lavori molto diversi fra di loro: Careme è la storia di un’amicizia fra due uomini un po’ ai margini della società. Nel loro viaggio verso Lanmermour (ovvero il luogo dove si va a morire) si rafforza il loro legame, ma, inesorabilmente affiorano i fantasmi del loro inconscio. DEUS è una storia ambientata in una Venezia fantastica e surreale. Angelo, il protagonista dovrà cercare di riportare in vita la sua amata grazie all’aiuto di un alchimista in possesso della pozione della vita eterna. Ma il Doge e soprattutto il Papa tramano contro di loro. Redemption è nuovamente una storia on the road, questa volta in chiave Lynciana. Il protagonista si ritrova in un paese sperduto in mezzo al selvaggio West. Cercherà in ogni modo di uscirne ma si renderà conto poco per volta che è vittima di un maleficio e l’unico modo per venirne fuori è quello di adottare una soluzione estrema. Come si può forse intuire da queste poche suggestioni Christophe Bec, lo sceneggiatore, ha un debole per le storie morbose e inquietanti. Tratta spesso i temi del dolore e della solitudine cercando di dare un senso di “sospensione”, di “non definito” ai suoi racconti e ai suoi personaggi.

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Curiosamente Bec ha sceneggiato tutti e tre i fumetti. Si è creato un buon feeling tra di voi? Che tipo di sceneggiatore è?

Christophe è una persona estremamente determinata e dal carattere molto forte. Nel momento in cui ha deciso che dovevamo lavorare assieme, così è stato. A me la cosa stava più che bene e lui si è sempre premurato di fornirmi nuovo materiale su cui lavorare, così non c’è mai stato il tempo o l’intenzione di pensare ad altre collaborazioni.

Vedremo mai in Italia questi fumetti?

I nostri fumetti, soprattutto Careme hanno avuto un buon riscontro in Francia, ma sono molto lontani dal “gusto” italiano. Intendo dire che sono quasi dei romanzi illustrati, con poca azione, trame evanescenti, molto descrittive dove si gioca tutto con le suggestioni sia grafiche che narrative. Per questo motivo principalmente penso che non possano interessare ad alcun editore italiano oggi.

E con questa domanda finisce la prima parte dell’intervista. Nella seconda parte parleremo di Dylan Dog e della storia disegnata da Mottura per il Color Fest. Ve la segnalerò su questo blog ma verrà pubblicata su www.dylandogofili.com.

LINK UTILI

Video-Intervista al disegnatore Alessandro Poli

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