La recensione di "Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno"

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La recensione di Umberto Sisia del terzo capitolo del Batman di Nolan: Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno

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Sono sempre un po’ a disagio a recensire i film quando sono ancora in sala. A me piace scoprire il film vedendolo, ignorando quasi tutto della messa in scena e della trama, così da non rovinarmi eventuali colpi di scena. Allo stesso modo cerco quindi di essere molto attento a non “spoilerare” elementi della trama prima del tempo.

Così si spiega questo ritardo nel proporvi una recensione del capitolo conclusivo della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman. Ora che l’avete visto tutti (almeno, chi è interessato al film) penso sia arrivato il momento di parlare in modo più approfondito della pellicola.

Però sorge un secondo problema: posso essere del tutto obiettivo se devo valutare un film sul mio supereroe preferito, girato da uno dei più registi preferiti e interpretato da uno dei più attori preferiti? Per evitare quindi un giudizio partigiano, ho deciso di fare un passo indietro e di chiedere cosa ne pensa del film al professor Umberto Sisia, già intervistato su questo blog in occasione della pubblicazione del suo bellissimo artbook Lovecraft black & white.

Ecco la sua lunghissima recensione.

VIETATISSIMA LA LETTURA A CHIUNQUE NON SIA ANCORA ANDATO AL CINEMA.
SPOILERS! SPOILERS! SPOILERS!
PROSEGUITE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO :-)))

Se dovessimo fare un passo indietro nel tempo di una ventina di anni circa, sarebbe facile ricordare che il fenomeno dei comic movie non era all’epoca affatto così diffuso. Una pellicola tratta da un fumetto era in sostanza cosa piuttosto rara ed estemporanea, da salutare con un’ovazione quasi a prescindere da quale fosse il risultato (tralasciando magari gli orridi esempi pre anni ottanta), sia che si trattasse di un terrificante Flash Gordon, che di un pregevolissimo Rocketeer, che di un interessante Dick Tracy, che di un discutibile Popeye, tanto per citare alcuni fra i casi più eclatanti.

Ma i tempi sono mutati e attualmente sull’onda di alcuni capostipiti di inizio anni novanta un numero spropositato di fumetti - americani e non - ha avuto negli anni l’onore di un corrispettivo cinematografico di alto livello. Effettuando una carrellata senza pretese di completezza è facile ricordare i particolari Batman di Burton, i più che discreti Spider-Man di Sam Raimi, l’originalissimo (per quanto sgangherato sul piano della sceneggiatura e della computer graphic) Hulk di Ang Lee, i tutto sommato buoni Iron Man, Capitan America, Thor, un paio di Punisher degni di nota, i vari Blade, il valido Green Lantern, gli scoppiettanti The Losers, gli appena-sulla-soglia-della-sufficienza-ma-forse-anche-sotto Avengers, ma anche - sul versante dei fallimenti orripilanti - Devil, i Fantastici Quattro 1 e 2, Elektra, Catwoman, Ghost Rider, Constantine, l’ultimo insulso ed inutile Spider-Man, a vari livelli un po’ tutti i Superman esistenti e purtroppo numerose altre opere che sarebbe troppo lungo elencare, se non per ricordare almeno i sommi vertici dell’atrocità 300 e Watchmen.

In tutto questo, però, e arriviamo al punto nodale della questione, alcuni film (e alcuni registi) spiccano per essere completamente fuori dalla norma e al di sopra di essa, e cioè per aver conferito alle loro pellicole particolare e sontuosa valenza, per aver dato nuovo lustro al mito, per aver davvero aggiunto un tassello rilevantissimo in un diverso medium alla vita del personaggio e non per aver semplicemente effettuato un omaggio, un bel compitino, un piacevole cosiddetto “adattamento per il cinema”. Questi registi giocano davvero in un altro campionato, sono una ristretta elite e - addirittura - la considerazione che si deve dare alle loro opere può trascendere l’effettivo grado di qualità (comunque molto alto) ad esse attribuibile. Si può parlare di un mini-girone comprendente pochi film di stile e livello superiore come gli Hellboy di Guillermo Del Toro, il Sin City di Rodriguez e pochissimo altro che in questo momento magari non mi sovviene. Ah, già… e ovviamente i Batman di Christopher Nolan.

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Veniamo dunque al punto principale della discussione. In occasione dell’uscita di The Dark Knight Rises, ultimo tassello della trilogia costituita dai precedenti Batman Begins e The Dark Knight, quale valutazione complessiva è possibile dare a questa versione cinematografica del Pipistrello e, in ispecie, come giudicare il presente capitolo? Partendo da quest’ultimo punto occorre parlare con onestà: The Dark Knight Rises non è assolutamente paragonabile ai due precedenti. Per rigore, coerenza, perfezione pressochè totale dei vari elementi essi spiccano ancora insuperati.

È giusto dire che alla visione TDKR presenta numerose pecche che vale la pena evidenziare: se sicuramente è un pochino lento a carburare nella fase iniziale, successivamente la trama piuttosto complicata e articolata richiede un certo sforzo di lettura e ricostruzione (cosa che in sé non sarebbe un difetto, intendiamoci). Purtuttavia tale sforzo si va a innestare su alcune incongruenze o illogicità che spiccano abbastanza evidenti. Se certe sono complessivamente solo sbavature di lieve momento, che possono essere giustificabili alla luce della grammatica cinematografica del genere e possono essere tralasciate alla luce dell’esito conclusivo (per quanto magari all’istante della percezione lievemente fastidiose) e se certe altre sono spiegabili alla luce di una lettura poetica e simbolica, almeno un paio sono delle bombe ad olorogeria totalmente deleterie in grado di abbassare la valutazione del film almeno di mezzo punto ciascuna. Per essere più precisi, uno dei punti che potrebbero essere discutibili riguarda la motivazione di una battaglia collettiva di massa che ben presto degenera in uno scontro corpo a corpo piuttosto che a fuoco. Tale scena, però, è a ben vedere del tutto spiegabile sul piano contenutistico, considerando il fatto che in primo luogo la verosimiglianza è abbastanza preservata, poichè non è che non si spari del tutto, e in secondo luogo che l’istanza narrativa alla base dell’episodio (animatrice ad esempio di qualunque wuxia) è quella di creare una battaglia globale e assoluta, drammatica e epica, capace di dare il senso del dispiegarsi finale delle sorti collettive dei destini dei protagonisti, privilegiando l’epos adrenalinico e muscolare del conflitto - se vogliamo - alle pur giuste considerazioni di tattica e strategia, che avrebbero ovviamente richiesto il dispiegamento di una guerriglia urbana.

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In maniera consimile, il salto al di fuori del pozzo che relega il protagonista in fondo alla prigione sotterranea ha una potente giustificazione poetica (oltre ad averne tutto sommato anche una logica a causa della struttura liscia delle pareti nell’ultimo segmento - come ben si evince dalle immagini). Si tratta, infatti, di quella pregnanza non solo fisica ma anche di significato che in narrativa è possibile dare ai luoghi: la dislocazione fisica attraverso lo spazio costituisce un momento di passaggio non solo fisico, ma anche da uno stato di cose all’altro e da uno stato psicologico all’altro, come infatti si evince dall’andamento dell’intera scena e dalla presenza della reiterazione ternaria dell’evento, anch’essa non a caso un luogo topico fondamentale.

Del tutto inappropriate invece, e devastanti sul piano della trama, appaiono invece le due altre scene alle quali si accennava poc’anzi, forse il più grande punto debole del film. Risulta difficilissima da digerire, in primo luogo, l’assenza di delucidazioni circa la modalità di approvvigionamento e resistenza delle forze di polizia di Gotham relegate sottoterra che, è vero che “sono poliziotti” - come recita una battuta, ma devono pur mangiare per sopravvivere. Si viene così a creare un vuoto di verosimiglianza veramente imponente che mina molto l’adesione dello spettatore al narrato. È vero che, volendo fare un’acrobazia interpretativa con un triplo salto carpiato, si potrebbe ipotizzare effettivamente l’esistenza di scorte di cibarie e risorse nascoste tramite collegamenti sotterranei esistenti con altri locali e depositi, oppure l’esistenza di rifornimenti calati clandestinamente dall’alto attraverso vie di comunicazione occulte, ma l’idea è abbastanza balzana dal doversi subito pentire di averla concepita.

Ancora più grave, però, risulta il cosiddetto colpo di scena finale, che cancella pressochè totalmente l’alone di leggenda che superbamente si era riusciti a creare pochi minuti prima in una scena meravigliosa. Assolutamente pessimo e sicuramente la cosa peggiore di tutto il film. Tanto più risulta così fastidiosa e melensa la coda ambientata a Firenze che fa da capitello insulso a questa parte terminale della vicenda. Ma chi scrive sospetta fortemente che tutto ciò possa essere stata una delle solite oscene costrizioni ad un dovuto happy end da parte della produzione, tant’è vero che l’elemento pare risultare scarsamente integrato e piuttosto posticcio rispetto al resto della struttura filmica. E del resto non sarebbe la prima volta…

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Per continuare con la pars destruens quali altri difetti riscontrare in TDKR? L’ultima e molto grave magagna è che ogni tanto si ha l’impressione di percepire una certa confusione nel collegamento fra alcuni dei momenti narrativi e sicuramente una certa qual casualità nella dislocazione dei personaggi, i quali talora paiono comparire e trovarsi inopinatamente nei luoghi più disparati senza alcuna giustificazione esplicita. Una seconda visione potrebbe fors’anche fugare tali impressioni, ma già il fatto che esse sussistano dimostra una certa mancanza di fluidità nella fase di montaggio di tali scene.

Certuni hanno magari potuto, infine, criticare la presenza di alcuni luoghi comuni quali l’interpretabilissima presenza di Robin o del cattivo dietro le quinte nella persona della Figlia del Demone. Ma a costoro mi sentirei di replicare senza dubbio che, in questo caso, si tratta di un falso problema poichè trattasi indubitabilmente dell’attivazione di particolari topoi (i luoghi comuni quando sono efficaci, non stucchevoli e integrati alla trama e al tessuto narrativo e contestuale si chiamano a buon diritto così) che sarebbe difficile non ritrovare in un film di questo genere. Più nello specifico, risulta in sostanza naturale che nel film compaia prima o poi un personaggio nel ruolo di Robin. È però intelligentissima l’idea che Robin non sia effettivamente lui (giustamente ne avevo in passato paventato come inappropriata l’eventuale presenza nei film di Nolan) quanto un personaggio anni luce distante da Robin. Tangente forse piuttosto a Nightwing, ma anche lì da una distanza piuttosto siderale. Così pure risulta topica e comprensibilissima la presenza di Talia, peraltro fatta intuire dalla presenza di un certo indizio a metà narrazione circa. Quando in qualche modo c’entra Rhas al Ghul, infatti, suona strano non ci sia anche sua figlia di mezzo e in tempi non sospetti mi ero pure stupito di ciò. Adesso puntualmente la fanciulla arriva e personalmente nella sua (degnissima) presenza non vedo nulla di strano, se non la collocazione di un “pezzo” normale della scacchiera al posto giusto e se non forse un difetto dovuto allo spazio probabilmente un po’ strettino (per esigenze di estensione verosimilmente) a lei dedicato.

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Finita la pars destruens, potrei aver forse dato l’impressione di essere stato eccessivamente rigido o che il giudizio complessivo su TDKR volga comunque decisamente al negativo, ma vorrei rassicurare: non è per nulla così. Fatte le necessarie pulci e messo sul piatto della bilancia il cuore del peccatore occorre pur sempre analizzare quel che si trova nella piuma bianca o, in questo caso, nell’ala del pipistrello. Fuor di metafora, passiamo dunque alla pars construens e mettiamo sul piatto tutti i notevoli pregi della pellicola al fine di scoprire dunque da quale lato essa finirà a pendere.

Il terzo capitolo di una saga è sempre estremamente pericoloso. A memoria di spettatore è difficilissimo trovare parti conclusive di una trilogia filmica che non costituiscano un tonfo clamoroso di qualità e di stile, o comunque una caduta più o meno precipitosa da una certa altezza: il discorso può valere per la prima e la seconda trilogia di Star Wars, ma anche per opere più recenti come Il Signore degli Anelli, tanto per citare alcuni casi. Le terze parti in questione oscillano dal brutto di LOTR all’indecoroso di SW - Il ritorno dello Jedi. Sarà quindi facile capire come anche in questo caso fosse lecito temere il peggio e - nonostante la fiducia per Nolan - l’attesa fosse velata da un certo qual timore di una delusione cocente. Ma - primo aspetto positivo di TDKR - alla resa dei conti non è capitato affatto così. Il film di Nolan, seppure - ribadisco - inferiore ai precedenti, ha una notevolissima e dignitosissima tenuta strutturale complessiva e riesce non solo a essere coerente tematicamente e stilisticamente coi capitoli già apparsi, ma addirittura a integrarli e riassorbirli costituendone la summa e il coronamento. Sembrerà una cosa semplice, ma non lo è così tanto: i numerosi flashback e i vari riferimenti testuali saldano poderosamente TDKR a BB e TDK creando davvero, per una volta, un’unità strutturale pienamente coerente ed omogenea che non sfigurerà certo nella produzione del cofanetto completo dei dvd.

Detto questo, passiamo ad analizzare le varie componenti del film, a partire dalla trama e dai contenuti. Se il nodo tematico centrale relativo all’evoluzione degli eventi di BB era stato una riflessiona sulla natura della paura analoga a quella presente nella mitica mini di Frank Miller e David Mazzucchelli Batman Year One e quello di TDK il dominio del caos (con ovvi riferimenti a una notevolissima massa di storie), TDKR si occupa di realizzare un film con grandi ambizioni anche di analisi sociale e politica. Certo, ciò accade compatibilmente a quello che è - comunque - insieme sia un comic movie, che un drama, che un action movie, e che possiede pertanto istanze narrative sue proprie relative a ciascuno dei generi ad esso afferenti; ma è indubbio che le riflessioni sulla società, sulla corruzione, sul ruolo delle classi sociali, su terrore e anarchia distruttiva  e sul modo di reagire ad esse non siano peregrine e abbiano anche una validità che ovviamente trascende l’universo filmico e fumettistico.

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Aggiungiamo a tale argomento di fondo il fatto che lo sviluppo della trama è nel complesso più che efficace e - fatti salvi i problemi già riscontrati - si snoda in modo complessivamente assai pregevole e avremo già un punto di partenza estremamente valido per valutare lo stato di salute globale del film. Le varie sottotrame di partenza: i furti della gatta, la reclusione ed i sensi di colpa di Wayne, la comparsa di Bane, la scalata alle Wayne Enterprises, il tema del reattore si saldano ben presto in modo adeguato e vanno a confluire in una parte centrale e finale del film via via sempre più esaltante, sia sul piano visuale che narrativo. Numerose sono le scene dal grande impatto emozionale da quella allo stadio agli inseguimenti per le strade di Gotham (un must ormai), dalla già citata battaglia campale alle drammatiche e concitate fasi conclusive dove non manca un altro topos perfettamente maneggiato quale il countdown esplosivo.

Ma, si diceva, TDKR è anche un comic movie e allora è opportuno riscontrare come esso sia pure assolutamente in grado di toccare le corde giuste non solo del pubblico normale, ma anche dei battisti più sfegatati. Si veda per questo come sono stati riproposti il tono dimesso e frustrato del Bruce Wayne di partenza, direttamente derivante da The Dark Knight Returns, la riproduzione di una delle scene più famose della mitica Knightfall che non potrà non suscitare un brividino nella mente degli appassionati, i riferimenti sottesi all’abbandono di Gordon da parte della moglie, l’atmosfera pregevolissima della Gotham di No man’s land in preda al delirio, sotto la legge del più forte e separata dal mondo, la più convincente e fedele interpretazione di Selina Kyle che sia dato ricordare (per quanto effettivamente e in verità sia un filino ridimensionato il ruolo dei gatti); tutto in questo film ci parla di una consapevole, sapiente e rispettosa fedeltà al mondo fumettistico, pur nelle necessarie situazioni di rielaborazione. Senza contare il fatto che la presenza del nostro Robin-Nightwing e della Figlia del demone, nonchè l’aver voluto far emergere nel gioco fra i charachters le relazioni esistenti fra Bruce Wayne e i due principali personaggi femminili conferiscono un valore aggiunto alla fedeltà fumettistica del testo.

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Anche sul piano della caratterizzazione psicologica e dell’intensità recitativa siamo nuovamente ai massimi livelli: Christian Bale ci consegna il suo terzo Bats e si conferma il migliore di sempre. Sofferto, fragile, bisognoso di riscatto, pervaso da un senso di autopunizione, dinamico, esplosivo, orgoglioso, ma anche capace di umiltà, caparbio e incorruttibile. Sarà difficile superarlo nel corso degli anni a venire. Come aveva già fatto polverizza sia sul piano fisico che recitativo bietoloni vari indegni del Pipistrello quali Michael Keaton, Val Kilmer, George Clooney e compagnia cantante. A suo agio nel ruolo di quasi co-protagonista, il Jim Gordon di Gary Oldman è nuovamente perfetto, così come il Lucius Fox di Morgan Freeman torna a rappresentare benissimo con il suo fare sornione l’elemento caustico e ironico del film. Un po’ battitore libero per quanto riguarda il suo (comprensibile) ruolo di Grillo Parlante in questo film, Michael Caine nella parte di Alfred Pennyworth fa il suo onesto e ottimo lavoro, pur essendo un filino sacrificato dalla trama rispetto al passato. E si è già in parte detto di quanto eccellenti si siano rivelati in parti che rischiavano di essere estremamente difficili e dei solenni fiaschi Anne Hathaway come Catwoman (ma si badi che non la si denomina MAI così) - nella quale per amor di onestà non credevo molto a bocce ferme, e Joseph Gordon-Levitt nei panni di “Robin”. E persino quello che in principio costituiva il pericolo più grande circa il casting del film, vale a dire Bane (interpretato da Tom Hardy), un cattivo che per quanto importante è comunque piuttosto secondario e monocorde rispetto alle decine di psicologicamente affascinantissimi psicopatici pezzi da novanta dei quali pullula l’universo batmaniano e con la paura di un antagonista piuttosto floscio e scarsamente espressivo a causa di quella maschera sul volto, viene notevolmente fugato con un’interpretazione maiuscola che ne esalta follia e fanatismo, devozione e desolazione. Il tutto unicamente mediante la mera comunicatività muscolare e con la mimica della sola parte superiore del volto.

Affermato tutto questo, credo che nessuno potrà avere nulla da eccepire infine per ciò che concerne tutta la componente tecnica poichè sia la regia che la fotografia si presentano ineccepibili: tesa ed efficace la prima, cupa e oscura come deve essere la seconda, pur nel nitore e nella glacialità della sua scelta stilistica. Sufficiente, come si diceva, nonostante qualche faticosità diffusa, il montaggio, che però si riscatta alla grande nelle scene principali. Centrano nel bersaglio nella loro delineazione della città di Gotham City anche luci, trucco, sonoro e colonna sonora, così come allo stesso modo sono sempre straordinari gli effetti speciali, la costumistica e l’attrezzistica che contribuiscono certamente a fare dei Batman di Nolan i migliori di sempre, con un costume e dei gadget sempre credibili e non da pupazzone del reparto giocattoli. Gadget fra i quali spicca e domina soprattutto il favoloso Batwing che si affianca alla spettacolare passata Batmobile “The Dark Knight Returns” oriented e alla moto presentata nello scorso episodio.

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È capitato di leggere, tuttavia, commenti negativi circa la coreografia delle scene di combattimento che ad alcuni parrebbe confusa e poco incisiva. Ebbene personalmente vorrei rassicurare per concludere poichè non sono affatto d’accordo su questo. Proprio l’apparente confusione dei combattimenti, infatti, è stato uno dei punti di forza secondo me dei Batman di Nolan, volti a sottolineare non solo la velocità e la potenza, ma anche l’ineffabilità e la fantasmaticità del pipistrello. E se talora le mosse di combattimento di Batman vertono più sui pugni e sulla parte superiore del corpo che sui calci e sulle leve e così vengono pertanto inquadrati, ebbene per me ci può anche stare perché i combattimenti non risultano a mio avviso nè tediosi, nè monotoni ma raggiungono ugualmente l’effetto voluto.

Alla luce di tutto ciò, dunque, valutazione pienamente soddisfacente circa il Cavaliere Oscuro. Più che buona, oserei dire, anche se resta innegabile il dispiacere per il non aver centrato pienamente il terzo capolavoro successivo, che avrebbe costituito l’effettiva apoteosi del mito cinematografico di Batman. Purtuttavia, l’impressione resta assolutamente positiva e a tratti esaltante. The Dark Knight Rises vuol dire sì Il Cavaliere Oscuro ritorna, ma anche e soprattutto avrebbe voluto dire Il Cavaliere Oscuro Ascende. O meglio trascende verso una dimensione mitico-filmica che conduce definitivamente alla leggenda. Forse per le sciagurate scelte di produzione di cui si parlava precedentemente ciò non è accaduto? Probabilmente sì. Ma il Pipistrello risorge lo stesso a vita nuova, eccome se risorge. E se la trilogia è adesso conclusa noi spettatori sappiamo già tutti benissimo che c’è già qualcun altro pronto a raccogliere l’eredità e il mantello di Batman. Ma una cosa è certa: cinematograficamente speriamo che in ogni caso dietro di lui continui sempre ad esserci la sapiente mano e la mente di Christopher Nolan.

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